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L’Aquila in gabbia, ovvero lettera di chi non dimentica

2 novembre 2010

Nei giorni scorsi ero a Madrid. Sbigottito tra le vie del centro e non solo ad ammirare quanto bella, organizzata, vivace ed al tempo stesso elegante e commisurata all’essere umano può esser una città. Anche da quelle parti non sono tutte rose e fiori, certo, ma almeno quelle rose e quei fiori son di qualità.

In Veneto la gente nuotava per le strade, divenuti fiumi. Perturbazione eccezionale? Tutta colpa dei cambiamenti climatici? O forse hanno costruito ovunque dimenticando che quelle aree pianeggianti e tanto belle intorno ai fiumi sono, in realtà, aree di golenaggio dove di tanto in tanto il fiume ama tornare? Ma tanto che importa? Ogni catastrofe è un bel balzo avanti per il nostro caro PIL!

Intanto un tale, uno dei pochi, tornava a L’Aquila dove era stato durante l’emergenza dei primi giorni post terremoto. Ovviamente di quel dramma non ne parla quasi più nessuno. Il governo ha fallito ma anche chi sta all’opposizione è incapace di fare qualcosa di reale per la gente di quelle parti (fosse solo tenere alta l’attenzione, continuamente). Quel tale, che chiamerò Geoleo come il suo nick su Picasa (andate a guardare le foto), ha voluto condividere con me le sue impressioni. Non aggiungo commenti. Buona lettura.

La realtà è oblio e scoramento. La realtà sono immagini distorte e bugie raccontate, la realtà è che all’Aquila stanno sotto il Po e come tali saranno trattati, come sudici. La realtà è che l’Aquila è il nome di un uccello e quindi è giusto che questi terroni stiano chiusi in una voliera.

La realtà è questa e solo questa. Nessuno doveva sperare, nessuna speranza toccava e toccherà mai ad un terrone. I meridionali sono quella gente che si sparge per il mondo al solo scopo di riunirsi per matrimoni e funerali (così non possono litigare con quelle sceneggiate napoletane che fanno tanta paura ai bimbi di Milano due), non aveva senso perdere questa occasione. Quale migliore soluzione di un terremoto devastante per eliminare un centro di aggregazione economico e sociale come una città? E quindi detto fatto: ricostruzione? Nemmeno per idea! Così magari possono riprendere una economia e farla girare? Ma scherziamo? Un popolo come gli abruzzesi che ha visto le migrazioni verso l’America e che solo adesso dopo 3 generazioni comincia a riavere “i padri”? Ma scherziamo che li facciamo rinascere? Nemmeno per idea!
Un ateneo che contava 22161 iscritti nell’anno accademico 2008/2009 (mi sono documentato, sta negli atti ufficiali e sul sito) ha perso 5000 iscritti nel 2010 e 6000 nel 2010/2011. Si, contava 71 Corsi di Laurea, 9 Facoltà, 18 Dipartimenti e 2 Centri di eccellenza per la ricerca. Quale migliore occasione per eliminare un po’ di terruncelli e di gentaglia dall’università. Ed ecco fatto, le foto della facoltà di lettere parlano chiaro: in zona rossa come tutto il resto dell’Unversità, chiusa nella gabbia. Le foto della casa dello studente parlano chiaro e quiei nove volti urlano ancora vendetta, la stessa vendetta (o giustizia, ma in Italia è la stessa cosa) che, si legge nel cartello, non avranno causa processo breve.

Ma queste sono sensazioni e come tali soggette all’impulsività ed alla sensibilità di chi le vive e poi le descrive, i dati sono altri.

I dati sono che la città è un’immensa zona rossa, con tanto di cartello e di recinzioni. Non sono transenne normali, no, sarebbe stato troppo civile. Sono griglie, gabbie, per inibire il passaggio e ricordare a tutti che lì non si entra. O forse a guardarsi intorno il significato è diverso: dalla prigione non si esce! Si perchè il corso principale è stato riaperto, peccato che hanno aperto solo due bar ed una gioielleria (eh si, tanta gente in questi giorni fa la coda per comprare gioielli all’Aquila!!!). Il corso è aperto e ci si può passeggiare comodamente, come nel salotto delle città buone. Peccato però che sia solo il corso, perchè quello che fa il corso (negozi, vetrine, attività, economia), questo non lo hanno concesso agli aquilani. No il corso è una via imbrigliata nelle recinzioni, da un lato e dall’altro della strada, a vincolarne il passaggio, ad inibire gli accessi alle altre zone della città. Dalla villa alla montagna e di nuovo dalla montagna alla villa. Inesorabilmente.
Non si fermano gli aquilani nel corso, vanno su e giù, avanti ed indietro, proprio come i condannati nelle celle. Del resto le sbarre ci sono e di evadere non si può, non se ne parla. E perchè mai andar via da qusto paradiso che ci hanno regalato?
Ma i carcerati hanno i secondini! Anche gli aquilani nella loro gabbia hanno i secondini. Il passaggio dal centro, da questa meravigliosa isola pedonale, è inibito al traffico, ad esclusione degli onnipresenti militari. Giovani ed infreddoliti, e per questo forse anche più incazzati! Si perchè quando è l’esercito a gestire l’ordine, l’ordine pubblico non sottostà alle regole normali, no. Sottostà alle leggi marziali. Giusto, denuncia penale per chi vuol vedere la casa dov’è nato.

Chi può passare? Solo le televisioni o chi, sconosciuto ai più, si finge “televisivo” e si accoda all’orda di reporter o pubblicitari. Si perchè all’Aquila oggi si va per girare le pubblicità. I forestieri possono entrare nella gabbia, ma poi possono anche uscirne. Un po’ come allo zoo safari! Ed ecco che alla prima transenna sbadatamente lasciata aperta noi ci infiliamo (sempre accorti mi raccomando che il nemico ti vede!!). Caschetto in testa e macchina fotografica al collo. E con me si infrattano anche due aquilani, e poi altri due li vediamo alle nostre spalle. E come per magia ci si ritrova per le vie, silenziosissime! Ti accorgi che arrivano i militari perchè il silenzio è talmente assordante che il rumore del diesel del blindato irrompe come un tuono, lo senti in lontananza, ed eccoti a girar l’angolo, ma tutti insieme a nascondersi come ladri. Forestieri e locali. Ma questa non era la loro città? Che vi nascondete a fare? Io sono l’intruso, voi siete i padroni!!!

E a quel punto inizia il racconto, inizia a sbottonarsi la persona che hai di fronte. Già, perchè nonostante sudicio, nonostante uccelletto in gabbia, anche lui ha il suo momento di fuga ed è con te, siete complici. E vuole dirti quello che ha dentro. Basta una parola, uno sguardo, un accenno, un buongiorno sussurrato per farsi riconoscere come intruso anche tu, però sussurrato che se ci sentono… Basta un buongiorno tra complici nella zona proibita che inizia il racconto. Ma a voce bassa, mi raccomando, che il nemico ci ascolta! E così inizia il racconto. Ma sono persone degne, niente piagnistei. Non una parola sul terremoto, la dignità non la regalano a nessuno (da buoni sudici!), quella ancora non sono riusciti a togliergliela nemmeno a suon di slogan, di barzellette con bestemmia! Il racconto è su quello che c’è adesso, non sul passato. Le parole, le voci raccontano di una ricostruzione mai iniziata veramente, le C.A.S.E. sono un’altra cosa (e se avete la bontà di leggere fino alla fine ne parliamo!). Le parole, una volta dato il la, partono come una musica ricca di malinconia, di sensazioni forti, ricca di sentimenti. Paradosso: il primo dei sentimenti è la gratitudine. Iniziano tutti così: “No per carità, tanto è stato fatto!”. Si sono sentiti dire tante di quelle volte che non sarebbero rimasti da soli che ormai ci credono anche loro. Peccato che i soldi per l’emergenza (attività di puntellamento, di eliminazione dei rischi reali, di blocco del degrado) però sono finiti (mi dice un amico che fa il ricercatore al centro di eccellenza e che di questa eccellenza ne va orgoglioso – come tutti i sudici che da quel sudiciume tirano fuori qualcosa di buono – un fiore dal cemento!!). E adesso pare che il governo abbia detto di cominciare ad usare quelli della ricostruzione per far fronte alle spese di emergenza. Il centro è praticamente distrutto: cosa volevate che lo ricostruissimo? diranno in tanti. No, nessuno si è illuso che questo avvenisse. Ma almeno la presa per il culo ce la si poteva risparmiare.

Illusione di ricostruzione, alla faccia degli slogan! Delle 1800 attività commerciali che c’erano nel centro dell’Aquila oggi hanno riaperto poco meno di 30 (alla faccia della ricostruzione!!). Non c’è più economia nel centro dell’Aquila. E nemmeno fuori dal centro, almeno non per gli aquilani. Già perchè se vai fuori ti accorgi di quello che hanno fatto, di come si distrugge l’identità culturale di un popolo: la distruggi, li massacri e poi il contentino. E grazie ti devono dire! “Mica vi abbiamo lasciato come quegli sporchi terroni del belice o come quella gentagli adell’Irpinia. Qui niente container. Il verbo era fare ed è stato fatto!”. Lo so che eravate abituati bene con le fognature fatte con la Cassa del Mezzogiorno, ma son finite le vacche grasse, anche per voi terruncelli terremotati!

E andiamolo a vedere quello che è stato fatto, usciamo dal centro storico, che ancora è pieno di spazzatura (già, pare che quella di Napoli sia stata portata qui! Ancora in giro i sacchetti abbandonati con le bottiglie di sugo rotte ed il sugo seccato al sole, ma poco male arriva un altro inverno e quindi altra pioggia a portar via quello che si può).
Cos’è stato fatto? Le C.A.S.E no? La prima che salta all’occhio è CASAONNA. Un casolare immenso, bianco, dentro il quale non si capisce cosa ci sia. Architettura avveneristica, proprio ben contestualizzata direi. Onna viveva di pastorizia (questi sudici pecorai!!!). E proprio dietro al superavveneristico casolare ci sono ancora le pecore ed il pastore che è ritornato a pascolarle in zona. Però poi la sera può tornare in una delle C.A.S.E. Bell’agglomerato, senza identità, senza personalità. Però nel sito di una volta, e che volevate? E non volete perdere al vostra storia? E noi ve la raccontiamo. Villaggetto di C.A.S.E  in legno, con prato british tutto intorno, tutte attaccate (che tanto ci eravate abituati a stare attaccati stupidi pecorai!) ed all’ingresso metri e metri di striscioni con le foto di un tempo, di quello che è stato, a ricordare la storia e soprattutto a coprire la vergogna. Già, dietro lo striscione, alto abbastanza da non farti vedere dietro, ci sono tutti i cumuli del paese che è stato. Ma ti basta irare l’angolo per andartele a vedere. Le macerie, tutte, così potete venire a piangere i vostri morti quando volete, stupidi pecorai sudici! Bella vita! Qualunque milanese vi invidierebbe per questo bell’agglomeratuccio quindi non vi lamentate! Già, perchè gli onnesi erano abituati ad una comunità di un certo tipo, non certo al cementificio padano del centro di Milano, quindi il loro sogno doveva per forza essere quello no? Ma qualcuno gli ha chiesto? Nemmeno per idea! Volevate rimanere lì e lì vi abbiamo lasciati. Non c’è spazio per altri desideri!

E gli altri? Mica han perso le case solo quelli di Onna. Eccoli gli altri: perchè le voci che sussurrano e raccontano non hanno finito di parlare nonostante io abbia smesso di dire le cose che loro dicono. Gli altri? Alcuni nelle C.A.S.E, altri in affitto (paga il comune, o meglio tu anticipi e poi il comune ti rimborsa, forse), altri 3000 negli alberghi dell’Aquila e 3000 ancora negli alberghi sulla costa, a vegetare! Ma questi hanno famiglia no? “E si signora, quelli che la famiglia non ce l’hanno non hanno la stessa dignità.” Del resto lo dice la costituzione che la base della Repubblica è la famiglia! E allora? I single? In camper, e non rompessero il cazzo! Così ci pensano prima la prossima volta a farsi trovare non muniti di figli e mogli. Vogliamo andare a vedere quanti matrimoni ci sono stati all’Aquila dall’anno scorso ad oggi? Vogliamo confrontare il dato con la media degli anni passati? 4883 nel 2008. Quasi 5000 nel 2010 che ancora non è finito (con un crescente numero di unioni civili – 32,3 % – in forte controtendenza con gli anni precedenti in cui le unioni civili erano meno del 19%). Con tutto sto casino di devastazioni sti scemi pensano anche a sposarsi?! E chiamali scemi, con i tempi che corrono chissà quanto ci devono rimanere se no nei camper.
Ma le C.A.S.E però agli aquilani le hanno date. Bellissimi quartierini tutti colorati, su una collinetta che da sulla valle dell’Aterno, giusto ai piedi di quella che fu la città storica (ai piedi?! Quattro chilometri in linea d’aria me li chiami ai piedi in una città dove le strade si inerpicano lungo le colline e dove per fare 100 metri “in linea d’aria” fai un chilometro di curve? Pensa a quanto sono 4 chilometri in linea d’aria! “Mi ma signora sempre a lamentarsi sta???”). Pur non di meno le case le hanno fatte, antisismiche e pure belline e tutte colorate. “Lei dove abita signora?” “In via Mia Martini”. Ho capito bene? Mia Martini? Si proprio così: per il morale! Tutte vie di cantanti moderni morti: Lucio Battisti, Mia Martini etc. Che bellezza, siamo o non siamo nel mondo del grande fratello? Tutti sti splendidi fabbricati, con posteggio privato, tutti colorati, tutti ordinati, tutti bellini, ma  manca qualcosa o sbaglio? Già, non c’è un negozio, non c’è un centro ricreativo, non c’è nulla, solo case. Ricorda bene Milano tre. Ma la cosa carina è che non c’è nemmeno dove farli sti negozi: non previsto! E perchè? Come e perchè! E se no si rischierebbe che questa gentaglia si ricrea una economia, potrebbero anche risalire la china, potrebbero quasi quasi risollevarsi da questo status di terremotati che invece devono portarsi dietro per generazioni. Già nel 1600 un terremoto l’aveva distrutta l’Aquila, e questi sono risorti dalle loro ceneri. Mica possiamo prenderci sto rischio di nuovo? Terroni sono e terremotati (lo vedi che la radice è la stessa??) E allora? E allora degli slpendidi centri commerciali nella zona indistriale, che a loro non fanno male (del resto passano per centri di aggregazione – e sti cazzi alla pianificazione urbanistica!) e poi portano soldi, al nord ovviamente. Esselunga, Coop, Emmezeta, così Zamparini la smette di vendere Cavani al Napoli e la prossima volta lo vende al Milan che pure questo ha rotto le palle!

E Fossa? Ce ne siamo dimenticati, perchè il paese ha subito tanti danni, molti perchè bombardato dall’alto, ma non ha subito vittime. Già, Fossa sta in una strana dolina sul versante sopra Onna. Bello che abarbicato, vi ricordate il castello di Lady Hawk? Quello è! E sto paesino ridicolo, a causa dello scuotimento sismico, la notte del 6 aprile 2009 si vede bello che bombardato dall’alto. Chè la montagna ha cominciato a scagliare dardi. “Ma che è la guerra?” No, semplicemente la frana, quella che doveva essere stabilizzata da tempo, ma che vuoi, sudici siete, le migline di miliardi noi li spendiamo per la Valtellina che non sa più che cosa costruire!
Gli abitanti avevano portato le macchine fuori dal paese, in montagna nella stradina che porta al monastero che sta in cima (metti che qua crolla una casa sulla mia macchina…). Ed anche le macchine hanno perso! Il bombardamento si è abbattuto su tutto il paese, i “confetti” cadono dal cielo quella notte, sfondano i tetti, rotolano per le strade e vanno a sventrare le case. “Minchia che paura!” Ancora ci sono i segni, nell’asfalto, dei bombardamenti dal cielo: il buco con le saette che si dipartono dal centro d’impatto. “Minchia che paura! Ma siamo vivi, tutti!”
“La nonna, la nonna come sta?”
“Bene, niente si è fatta, però che paura!”
“E allora scappiamo che qua i bombardamenti possono ricominciare.”
E da allora si sono scavati la Fossa! Ed è carino il cartello all’ingresso, recita così: Fossa paese delle beatitudini. Ironia la mia? Nemmeno per idea, c’ho le foto io! Il paese è stato messo in sicurezza, case non ne dovrebbero crollare, i Vigili del Fuoco hanno provveduto a puntellare tutto il puntellabile, ma non era tantissimo, il paese ha retto abbastanza bene.
E oggi? Oggi è vuoto, uno spettro. Qualcuno ci ha portato il cane a spasso, scavalcando il “limite invalicabile” ed il cartello. Militari? Nemmeno l’ombra, Fossa non valeva un cazzo prima e non vale oggi nemmeno il tempo di due militari all’ingresso del paese. Solo il cancellone, ma chi ci entra stia in silenzio, non si sa mai, il nemico potrebbe ascoltare anche qui. Tutto fermo, immobile come la biancheria stesa ed ormai scolorita, lasciata stesa la notte dei bombardamenti. Siete scappati maledetti sudici? Vi siete messi in salvo? E allora non ve lo meritavate un cazzo di paese! Volete un nuovo paese? C.A.S.E  anche per voi, forse, e il prossimo lady Hawk lo giriamo a Milano due o negli studi di Cologno. Chè costa meno pure portarci gli attori. E, anche se i ristorantini fanno cagare, qui circola meglio l’economia. Tanto le parabole ve le abbiamo messe nelle C.A.S.E, così la prossima volta ve lo potete vedere in televisione il racconto del mondo, voi non ne siete degni, voi restate in gabbia, come l’Aquila allo zoo.

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