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Terra Madre

7 settembre 2009

Ieri sera abbiamo assistito alla proiezione di Terra Madre, ultima fatica di Ermanno Olmi. Sotto le stelle.

Il film-documentario affronta gli attualissimi temi del cibo, della sostenibilità dell’agricoltura, del rapporto uomo-terra. La prima parte del film si concentra sulle immagini tratte del forum mondiale Terra Madre (http://www.terramadre2008.org)  organizzato a Torino da Slow Food che ha visto la partecipazione di migliaia di delegati di altrettante comunità provenienti da quasi tutti i paesi del mondo. Alle immagini (con veri e propri spezzoni degli interventi più significativi) si uniscono interviste e dichiarazioni,  il tutto intervallato da immagini estremamente simboliche riprese in mezzo mondo. Musiche e fotografie sono davvero di altissimo livello.

Già in questa fase il film-documentario è un pugno nello stomaco a noi occidentali-iperconsumisti-spreconi da parte di tutte quelle comunità che tentano di vivere in maniera sostenibile (da non confondersi assolutamente con il non-concetto della crescita sostenibile), che spesso lottano contro le multinazionali del cibo (guarda guarda viene fuori sempre quel nome sul quale recentemente s’è fatto anche un libro-inchiesta……Monsanto) le quali, detenendo allo stesso tempo i brevetti sulle sementi OGM e sugli unici pesticidi che consentono di coltivarle, rendono schiavi gli agricoltori per poi costringerli ad un indebitamento sempre più forte. Viene fuori che il tasso di suicidi tra gli agricoltori nell’India del nord (“colonizzata” da Monsanto) aumenta sempre di più. La mente corre ai racconti di Michela Marzano sui suicidi nelle multinazionali del settore automotive francese e giapponese, causati da stress e colpevolozzazione sempre crescenti ad opera, in quel caso, del management manipolatore. Ma questa è un’altra storia.

Vadana Shiva (vera e propria guru dell’agricoltura biodiversificata di origine indiana) tira fuori un accostamento che fa riflettere: “il bambino obeso americano e quello scheletrico africano sono entrambi storture di questo sistema”. Quanto è vero. Da un lato l’iperconsumismo inutile e dannoso, dall’altro l’assoluta mancanza di cibo sono solo l’effetto della totale, deregolata, indiscriminata mercificazione del cibo.

Sul finire della prima parte il film-documentario propone delle immagini della banca mondiale del seme e della cerimonia inaugurale cui ha presenziato anche il Presidente della Commissione Europea, Barroso. Il tutto quasi senza commento ma certo fa riflettere il fatto che la banca delle sementi (dove sono custoditi migliaia di sementi di tutto quello che, attualmente, cresce sul nostro pianeta e di cui ci cibiamo) sia stata impianta su un’isola minore dell’arcipelago delle Svalbard, praticamente un isolotto al polo nord. Nelle immagini si vedono chiaramente svariati militari a difesa del “fortino”. La scusa del freddo per conservare le sementi non regge (Canada, Siberia, Alaska, le stesse Alpi sarebbero state location altrettanto adatte se il motivo fosse questo). Sembra palese che l’isolotto facilmente difendibile e lontano da tutto è stato scelto per fattori strategici. Strategie? Difendibillità? Cos’hanno in mente i potenti del mondo? Stiamo ancora parlando di sementi per la produzione del cibo per tutti gli esseri viventi o delle leve del potere di domani?

La seconda parte del film-documentario si sviluppa per lo più su due figure emblematiche entrambe italiane. La prima, un agricoltore che dall’età di 35 anni si è praticamente isolato dal mondo ed ha vissuto di sostanziale autoproduzione fino alla morte. Nessuno capiva il suo modo di vivere che più che altro era un messaggio. Oggi gli scienziati vanno a studiare l’incredibile patrimonio di biodiversità che ha lasciato nel suo piccolo appezzamento di terreno mentre storici, sociologi etc cercano di interpretarne il messaggio. Terra Madre sembra voglia fare di questo orto il suo primo presidio. Bella idea se nascessero i presidi di pezzi di territorio ancora non martoriati ed in via di estinzione, analogamente ai presidi Slow Food di cibi e ricette che si stanno perdendo. La seconda, anch’esso agricoltore, un uomo sulla cinquantina che vive anche lui di lenti ritmi e sostanziale autoproduzione nella valle dell’Adige. Lui però non è solo, con lui la famiglia e….un nipotino di pochi mesi che si diverte a giocare con i prodotti dell’orto ancora attaccati alla pianta e si stupisce delle forme, dei colori, dei profumi. Il film-documentario si chiude così, la speranza di un rinato rapporto uomo-terra.

Lo consiglio davvero a tutti. Per chi sempre più spesso fuori da un cinema si chiede se n’è valsa la pena pagare il biglietto, la risposta è si.

Buona vita

Io non mi allineo

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